1977 // Cetra

Canti di Terra d’Otranto e della Grecia Salentina

Canzoniere Grecanico Salentino

Il Salento – la mia terra – non è un’unica, monolitica cosa. È l’insieme di tante cose, spesso in contrasto tra di loro. Nonostante questo, ormai da decenni, l’immagine del Salento è stata banalizzata ed estetizzata in una forma predigerita, che potesse adattarsi perfettamente alle dinamiche del mercato e del turismo di massa. La musica popolare salentina ha subito lo stesso identico processo. Eppure, mi è sempre sembrato che mancasse qualcosa. La musica, che crescendo ho sempre ascoltato intorno a me, era totalmente appiattita su questa tarantella sempre uguale a se stessa e caricaturale, su questo racconto del morso del ragno, sempre trattato come una simpatica stranezza culturale salentina e mai approfondito. La tarantella doveva essere allegra, far ballare, piacere a tutti senza distinzione di età e provenienza geografica. Mai essere ricerca, mai essere sfidante. Mai provare ad affondare le mani nel substrato da cui è nata: dal dolore, dalla povertà e anche dalla bellezza.

È per questo che quando ho ascoltato Canti di terra d’Otranto e della Grecia Salentina del Canzoniere Grecanico Salentino, ne sono rimasto folgorato. Perché è un disco capace di restituire la complessità e la diversità della musica popolare salentina, senza svilirla mai, ma senza neanche trattarla come un reperto intoccabile, da mantenere sempre uguale a se stesso.

Canti di terra d’Otranto e della Grecia Salentina nasce da un lavoro di ricerca di oltre cinque anni che aveva come obiettivo il recupero della musica popolare, che il gruppo ha compiuto negli anni ‘70 passando di casa in casa, di bar in bar, parlando con gli anziani e le anziane. Era un gruppo di giovani, guidato da Rina Durante (una delle più importanti intellettuali salentine) che percorrevano il Salento alla ricerca di canti da recuperare e si esibivano nelle feste dell’Unità, nei circoli Arci, nelle feste di paese, nelle scuole. Il disco è il tentativo di capire nel profondo cos’era la musica popolare salentina, in cosa consistesse la sua peculiarità e la sua grande varietà e come restituirla nella sua bellezza, pur sapendola innovare. E il disco rivela perfettamente quanta attenzione e amore ci siano stati nel restituire questa tradizione. Non era una lavoro mosso da semplice curiosità intellettuale, ma anzi era un preciso progetto politico di recupero della tradizione culturale delle classi sociali subalterne, in aperta opposizione alla musica “leggera” che andava diffondendosi in quegli anni grazie alla televisione e che i membri del gruppo vedevano sottoposta alle dinamiche del mercato e delle classi sociali dominanti.

Quello che colpisce subito del disco è la quasi totale assenza della pizzica, presente soltanto in alcuni accenni, come nella parte finale di Fimmine fimmine o nella finale De sira, che è una pizzica tarantata tradizionale. È una pizzica restituita in maniera molto diversa da come siamo abituati a sentirla ora: più minimale e più lenta e per questo forse ancora più ipnotica ed evocativa.

E proprio Fimmine fimmine è la canzone che meglio illustra il processo adottato dal gruppo. Innanzitutto, si tratta di un canto di protesta per le condizioni lavorative, cantato nei campi dalle tabacchine (il tabacco era un’industria estremamente importante per l’economia del Salento di allora, portata avanti principalmente dalle donne, appunto chiamate tabacchine). Quindi, la scelta del canto è anche ideologica, perché capace di raccontare la fatica e l’oppressione delle classi contadine: Ci bu la dice cu chiantati lu tabaccu, la ditta nu bu dae li taraletti (chi ve lo dice di piantare il tabacco, la ditta non vi dà i telaietti). Questa scelta ha guidato la scelta di altre canzoni, come Camina ciucciu, che apre il disco. Fimmine fimmine, poi, è in realtà un patchwork di due testi diversi, non correlati tra di loro e che non venivano tradizionalmente cantati assieme. Inizia con il canto di lavoro, che descrive la coltivazione del tabacco, delle olive e dell’uva, ma poi si collega a classiche strofe di pizzica con i temi del morso della tarantola, l’invocazione a San Paolo e il sempre presente richiamo alla sensualità: E Santu Paolu meu te le tarante, pizzichi le caruse a ‘mmenzu all’anche, e Santu Paulu meu de li scursuni, pizzichi li carusi alli cujuni (E Santo Paolo mio delle tarante, pizzichi le ragazze in mezzo alle gambe, e Santo Paolo mio dei serpenti, pizzichi i ragazzi ai coglioni). L’accompagnamento, qui, è essenziale, più ancora che nel resto del disco. Una polifonia di voci, eseguita con un ritmo lento ed estremamente cadenzato ed un colpo che scandisce il tempo. Dopo, si aggiungono alcuni strumenti tipici della pizzica, come il tamburello, ma il ritmo rimane sempre lento e spazioso. Ma incidere su disco una versione di un canto popolare è sempre un rischio, sempre un totale tradimento del modo in cui la trasmissione orale agisce, perché di questo canto ci son tante versioni diverse, più lunghe e più brevi, con nuove strofe che in questa non ci sono, ed anche il dialetto cambia da zona a zona. Ma, come dice Luigi Lezzi, membro del gruppo: si sa, la tradizione comporta sempre, in qualche modo, un tradimento.

Si fa presto a dire tradizione e canti popolari, ma, a scavare più fondo, è tutto molto più sfaccettato. È il caso di alcune canzoni di questo disco, che sono nate come canti colti, cioè composti da autori conosciuti e che poi sono stati popolarizzati nei decenni, venendo trasformati, cambiando melodia, restringendosi o allungandosi. In questo caso, si tratta di due canti in griko – dialetto di origine greca parlato in una manciata di comuni del Salento: Aremu rindineddha e Kalì nifta. Kalì nifta, in particolare, diventerà una canzone famosissima nei decenni successivi all’uscita del disco, eseguita in infinite versioni da molti artisti, sempre più trasformata in una pizzica, a partire dall’originale che era invece una malinconica canzone d’amore.

A rendere questo disco lontano anni luce da tutto quello che siamo abituati ad ascoltare di solito è l’essenzialità della costruzione sonora, che si fonda quasi interamente sulla centralità della voce. Anche la pizzica presente nel disco è lontana da quella che siamo abituati a sentire. Questo è perché la pizzica è solo una parte della varietà della musica popolare salentina, e anzi molto spesso questa veniva suonata con altri – e pochi – strumenti, quando non soltanto con la voce. È questo il cuore del disco: una voce squillante, drammatica, sostenuta, che si aggrega a formare cori e polifonie. È una voce malinconica e spesso anzi drammatica, che canta le storie con trasporto e lentezza infinite.

Ascoltare queste canzoni in dialetto salentino, almeno per me che in Salento ci sono nato, fa uno strano effetto. Non è un folk evocativo di mondi lontani e stereotipati, di fantasie che non esistono più, al contrario mi sembra una musica vicina, che sale dalla terra e ci rimane a contatto. È musica sincera ed emozionante, che riesce ad evocare un mondo che non conosco e non potrò mai conoscere con vivide ed essenziali immagini: Paparine, dammene centu e chiu, ca perune russe russe propriu comu a tante ucche (Papaveri, dammene mille e più, che paiono rossi rossi proprio come tante bocche).

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Pubblicato il 5 Gennaio 2026